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Quale vino usare per cucinare? I consigli dei cuochi che evitano i soliti errori

Paolo Bergaminidi Paolo Bergamini· 15/08/2026 18:59
Quale vino usare per cucinare? I consigli dei cuochi che evitano i soliti errori

Scegliere il vino giusto per cucinare è una decisione che influenza il risultato finale del piatto più di quanto molti cuochi immaginino. Non è questione di spendere cifre folli, ma di capire cosa davvero serve in pentola. Dopo dieci anni passati a consigliare abbinamenti in trattorie piemontesi e altrettanti a raccontare storie di vigneti e vendemmie, ho imparato che gli errori più comuni avvengono proprio qui, nella scelta iniziale.

Il primo errore: usare vini da fine pasto

Mi è capitato di recente di entrare in una cucina dove preparavano un brasato con un Barolo di pregio, uno di quei vini che avevo assaggiato pochi anni prima direttamente dal vignaiolo langotto che lo produce. Ho dovuto fermare il cuoco: quel Barolo, con i suoi tannini strutturati e le sue sfumature di tabacco e viola, sarebbe stato completamente sepolto dalla lunga cottura. La carne avrebbe brutalizzato tutti i profumi che quel vitigno aveva impiegato tre anni a maturare in botte.

Il principio è semplice: più un vino è complesso e pregiato, meno deve finire nella pentola. I vini da fine pasto, con invecchiamento in legno, sono pensati per il calice, non per la riduzione. Quello che serve in cucina è un vino che lasci una traccia, che dia corpo e acidità, ma che sia disposto a trasformarsi completamente nel caldo.

La regola che insegno sempre è questa: se non lo beresti volentieri da solo, perché dovrebbe finire nel tuo piatto? Questo non significa usare qualcosa di pessimo, ma piuttosto vini giovani, onesti, con carattere ma senza pretese.

Quale tipo scegliere per ogni situazione

Per un soffritto di base, per inzuppare funghi o per aggiungere umidità a un ragù, consiglio i vini bianchi secchi locali. Un Gavi, un Cortese o semplicemente un Pinot Grigio del Veneto fanno perfettamente il lavoro. L'acidità del bianco aiuta a mantenere i sapori freschi e a sgrassare naturalmente.

Per le carni rosse, specialmente quelle grasse come le costine o il brisket, i rossi strutturati funzionano meglio. Un Barbera ordinaria, un Montepulciano d'Abruzzo, anche un Nero d'Avola siciliano. Vini che abbiano tannini ma non spaventosi, che possano dialogare con la carne durante la cottura lenta. Ho scoperto anni fa, lavorando con un chef che proveniva dal Monferrato, che certi Barbera giovani sono insostituibili per questo scopo. L'acidità rimane, ma la struttura del vitigno sa stare al passo con le proteine.

Per i pesci delicati, se proprio serve vino, preferisco non usarlo. Se comunque vi capita di aggiungerlo, un bianco leggero, fresco, praticamente poco più di un'acqua profumata. Il pesce ha già il suo linguaggio e il vino dovrebbe solo sussurrare.

Gli errori che ho visto fare più spesso

Il secondo errore dopo quello dei vini troppo nobili è aggiungere vino freddo direttamente nei piatti in cottura. Questo crea uno shock termico che blocca i sapori e impedisce l'evaporazione dell'alcol in modo uniforme. Meglio lasciare il vino a temperatura ambiente, meglio ancora versarlo quando il fuoco è già alto, in modo che l'alcol evapori rapidamente.

Terzo errore: usare il vino solo come salvacondotto per un odore sgradevole. Mi è stato chiesto da un lettore recentemente se una spruzzata di vino bianco poteva mascherare un pesce non freschissimo. No. Il vino non è una discarica. Se l'ingrediente non è buono, il vino semmai lo peggiora, rendendolo più evidentemente cattivo.

Quarto errore, forse il più diffuso: non lasciare evaporare completamente l'alcol. Alcool etilico|L'alcol evaporato completamente lascia solo i sapori complessi del vino. Se rimane anche una traccia alcolica, il piatto risulterà aspro e non equilibrato. Devono passare almeno tre, quattro minuti a fuoco vivo dopo che versiamo il vino, e il liquido deve ridursi di almeno due terzi. So che richiede pazienza, ma è la differenza tra un piatto competente e uno dimenticabile.

Quanto vino, esattamente

La quantità è questione di esperienza, ma un principio aiuta: non più di un quarto o un quinto rispetto al liquido totale della ricetta. Un brasato per quattro persone non ha bisogno di mezza bottiglia. Un bicchiere e mezzo, duecento millilitri massimo, basta. Troppo vino squilibra il piatto verso l'acidità e rende la cottura incontrollabile.

Quando parlo con cuochi che iniziano, dico sempre di usare misurini. Il palato impara solo se il rapporto rimane costante. Dopo anni potrete fare ad occhio, ma all'inizio il rigore paga.

Il consiglio finale, da chi ha visitato centinaia di cantine

Quando acquistate il vino per cucinare, chiedete al vostro enotecario consiglio per l'uso in cucina, non per il bicchiere. Dategli il nome del piatto che farete. Un vignaiolo onesto, uno che conosce il suo lavoro, sa perfettamente quale etichetta non è destinata al calice ma alla pentola, quale ha quella caratteristica di acidità che vi serve, quale manterrà il suo carattere anche dopo quarantacinque minuti di cottura lenta.

Ho passato una vendemmia intera, una ventina di anni fa, in un piccolo vigneto del Monferrato con un produttore che faceva questo. Ogni mattina scelgeva quale uva avrebbe portato in cantina e quale in cucina, dove i vini meno nobili diventavano ingredienti per piatti che ricordo ancora oggi. Quella lezione non l'ho mai dimenticata: il vino non è questione di prezzo, ma di consapevolezza. Scegliere bene per la cucina richiede lo stesso rispetto che riserviamo a una bottiglia importante. Solo con lo scopo rovesciato.

Paolo Bergamini
Paolo Bergamini

Dopo un decennio di lavoro come sommelier in trattorie piemontesi, si è dedicato a raccontare le emozioni che stanno dietro ogni calice. Ricorda ogni vendemmia vissuta, i volti dei vignaioli e le specialità con cui ha abbinato centinaia di etichette, portando sempre un racconto umano.